Italia in Deflazione per la prima volta dal settembre del 1959

Il calo prolungato dei prezzi innesca un circolo vizioso che porta meno ricchezza, più disoccupazione e minori consumi.

deflazione-uno-spettro-che-si-aggira-per-l-EuropaUUPDATE, 29 agosto 2014: L’Italia è in deflazione ad agosto per la prima volta dal settembre del 1959. Lo segnala l’Istat che oggi ha diffuso il dato sull’inflazione. La crescita del Pil del periodo del boom economico era però decisamente più alta di quella attuale e avanzava ad un ritmo medio del 5% annuo e proprio nel ’59 arrivò al 7%.

La preoccupazione sale. La deflazione è un fenomeno difficile da superare. E qui vi spieghiamo il perché.

La deflazione è il vero pericolo dell’economia europea, e italiana in particolare, visto che, insieme a quella greca, è quella più debole del continente. Il nostro Paese, infatti, non è solo in recessione , ma è anche in deflazione. Il combinato disposto di queste due realtà rende la situazione economica al limite del sopportabile perché non solo in Italia il valore dell’economia diminuisce (-0,2% nel secono trimestre) ma la deflazione rende molto più difficile l’uscita dal tunnel. I dati sulle 10 grandi città italiane che già vivono lo stato di deflazione  stanno lì a dimostrare che i problemi da affrontare sono molto più grandi di quello che si pensa: se con una manovra (fatta di tagli e/o di tasse questo si vedrà a settembre) i conti pubblici possono tornare a viaggiare sui binari del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, più difficile è affrontare il nodo del calo dei prezzi: una delle tante “bestie nere” sul tavolo del governo.

E se la deflazione non viene combattuta rischia di innescare una spirale pericolosissima che aggraverebbe ancora di più la recessione. Il grafico in alto spiega perché. Un calo continuato dei prezzi farà anche la felicità del consumatore ma innesca un circolo vizioso il cui primo effetto è che le imprese guadagnano meno ed hanno meno liquidità aziendale. Il secondo effetto è che, avendo meno capitali provenienti dall’attività commerciale, riducono la produzione e rinunciano a nuove assunzioni, visto che con quello che vendono non guadagnano o guadagnano troppo poco. Questo aumenta la disoccupazione (oggi al 12,3%) con l’effetto di far circolare ancora meno denaro nel Paese. Se le imprese non sono veloci a ridurre il livello produttivo dei loro impianti, rischiano di immettere sul mercato merce che resta invenduta con l’effetto che se tagliano la produzione non assumono (o, peggio, licenziano) e se non tagliano alimentano ancora di più la spirale perché si trovano costretti ad abbassare i prezzi dando ulteriore spinta alla deflazione.

Questo vale soprattutto per le imprese per le quali l’internazionalizzazione è una prospettiva difficile da percorrere (magari perché troppo piccole: l’economia Italia è fatta al 92% da piccole e medie imprese). La strada per loro è dunque segnata: crisi e, nei casi peggiori, chiusura.

Questo è il motivo per il quale bisognerebbe, almeno in questa fase, temere di più il calo dei prezzi, cioè la deflazione, più che il loro aumento, ovvero l’inflazione. È per questo motivo che, dopo la sciagurata decisione del 2008 della Bce di alzare i tassi d’interesse in Europa, la strada intrapresa dalla Bce è stata quella che ha portato a 0,15% il costo e denaro.

Gli effetti, però, non sono stati quelli ci si aspettava e questo significa che la Bce, come tutte le banche centrali, non ha, in realtà, gli strumenti adeguati per indurre i prezzi a crescere (o non li possono usare per motivi politici). Teoricamente avrebbe come obiettivo quello di mantenere l’inflazione sotto il 2% annuo, ma non ci riesce.

Non solo il calo dei tassi europei allo 0,15% non è servito a nulla, ma le iniezioni di liquidità di dicembre 2011 e febbraio 2012 (per un totale di circa 1000 miliardi di euro a livello continentale, 250 dei quali finiti a banche italiane) sono finite per alimentare l’acquisto da parte degli intermediari bancari, di titoli di Stato italiani e anche l’ulteriore “bombardamento” di euro che “colpirà” le banche italiane a settembre e a dicembre, se non cambia la situazione, servirà per lo stesso scopo.

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E il fatto che la liquidità fornita dalla Bce non sia servita per alimentare l’economia reale, quindi anche l’inflazione, lo si vede non solo dal perdurare del rallentamento economico ma, soprattutto, dal calo dello spread con i bund tedechi: un calo dovuto proprio al fatto che i soldi della Banca Centrale sono andati a sostenere il debito pubblico statale.

Fonte Economia.Panorama.it a cura di Marco Cobianchi

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