Dai tessuti intelligenti all’e-commerce. La moda italiana guarda al futuro

C’è una piccola galassia in lenta espansione di startup che puntano a conquistare nuovi mercati. E ora c’è anche un incubatore che le aiuta.

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La ricchezza del nostro Paese non risiede solo in quell’innata creatività che ha portato i grandi stilisti sulle passerelle più importanti, ma soprattutto dalla capacità di innovare e rinnovarsi, sempre. Nell’universo della moda, accanto alle griffe diventate ovunque sinonimo di stile e artigianalità di altissimo livello, c’è una piccola galassia in lenta espansione di startup che puntano a conquistare nuovi mercati. Più di duemila in tutto il mondo, stando agli ultimi dati di GP Bullhound, con investimenti che già nel 2012 hanno sfondato quota 1,6 miliardi di dollari e che puntano a salire sempre di più. Molte di meno – circa trecento di queste piccole e medie imprese –, tuttavia, sono quelle che hanno ricevuto qualche investimento istituzionale, riporta una ricerca del Fashion Technology Accelerator , l’incubatore nato nella Silicon Valley da Enrico Beltramini, per anni nel Board di Gucci, e sbarcato a Seoul e Milano con l’obiettivo di dare supporto, strumenti di business e visibilità agli imprenditori intenzionati a portare una rivoluzione nel campo del fashion.

Dai tessuti intelligenti ai processi produttivi fino all’e-commerce, il Made in Italy 2.0 guarda al futuro. Un assaggio si era già avuto con Decoded Fashion, il primo forum globale sull’interazione tra moda e tecnologia rivolto alle giovani aziende che si muovono al confine tra questi due settori, che ha debuttato nel capoluogo lombardo nell’ottobre 2013. Proprio qui è stato presentato il FTA che ha da poco stretto un accordo con e-Pitti, il progetto di fiere online e anima digital di Pitti Immagine (che si è chiusa venerdì a Firenze), con l’ambizione di «scovare nuovi talenti, aiutarli a emergere e creare motori di trasmissione delle idee che portino a un contagio imprenditoriale», spiega Francesco Bottigliero, amministratore delegato di Fiera Digitale.

Su oltre 450 domande arrivate da tutto il mondo per entrare a far parte dell’Acceleratore, solo dieci startup hanno superato la durissima selezione. Tre in Italia: Leonardi Milano , che offre la personalizzazione di accessori di lusso, La Passione Cycling Couture , linea di abbigliamento pensata per i ciclisti urbani amanti del design, e Warda , che sviluppa sistemi di gestione di dati e immagini digitali per grandi gruppi come Coin e Moncler. Grazie a un bagaglio di competenze di management, una profonda conoscenza del comparto dell’abbigliamento e accessori e un network di partnership internazionali, in sei mesi di attività, stanno già conseguendo i primi risultati positivi, anche sui mercati esteri, sulla scia del successo dei colleghi statunitensi di Combatant Gentlemen, 750mila di dollari di capitale iniziale e 20 milioni di fatturato oggi.

«Per ora l’applicazione della tecnologia nella moda si è vista soprattutto nel campi dell’e-commerce e del social marketing, ma ancora poco sotto tutti gli altri aspetti, dalla logistica alle modalità di vendita», sottolinea Paolo Ivancevich, amministratore delegato di FTA, alle spalle una lunga carriera in ambito finanziario. Ma perché l’Italia investe ancora così poco, nonostante la moda sia un fiore all’occhiello oltre che uno dei settori economici più rilevanti? «I grandi brand non vedono la crisi, vivono di prodotto e marketing e finché i margini di profitto continuano ad essere più che positivi, non c’è stimolo all’innovazione – continua –, ma, prima o poi, anche loro dovranno correre per allinearsi con il cambiamento dei tempi».

Non si tratta però dell’unico problema: «Mentre negli Stati Uniti ci sono venture capitalist con una maggiore propensione al rischio e una tendenza alla modernizzazione più radicata, in Italia il sistema è asfittico: poche società con pochi soldi, un approccio rigido e l’incapacità di vedere il business in prospettiva». Ecco cosa manca per essere competitivi. «Al FTA non guardiamo neanche i numeri, i valori che contano sono l’abilità a gestire gli imprevisti, lo spirito imprenditoriale e l’idea, che sia originale, riproducibile su scala internazionale e porti con sé un modello di business redditizio».

Le potenzialità ci sono, troppo spesso però manca il coraggio: «Abbiamo un background di artigiani e storie di successo e qualità come nessun altro Paese – conclude Ivancevich –. E vogliamo aiutare le giovani generazioni, nate respirando moda e digitale, a riscoprirlo per tornare a essere un polo centrale nel mondo del fashion».

Fonte La Stampa di elisa Barberis

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